| DIO
ERA BRASILIANO
Scritto
da Silvia Marianecci / 15 gennaio 2010 (em http://musibrasil.net)
Tempo, vita, morte, natura umana, Dio, tempo, memoria,
conoscenza, tempo, ancora Dio, essere, oblio, pensiero,
ancora il tempo e ancora Dio, sono i leitmotiv che caratterizzano
il romanzo «Como deixei de ser Deus» (Come
ho smesso di essere Dio) pubblicato da Topbooks
nel 2009.
Un amalgama onirico, lirico ed erudito di frammenti
di riflessioni, di stralci di citazioni e di aforismi
(spesso incompleti), massime ed epigrammi apparentemente
accozzati tra loro ma che invece rispondono al disegno
ben preciso di costruire con originalità e ironia
la fragile e complessa architettura del pensiero umano,
di fronte ai propri interrogativi e alle sue infinite
contraddizioni. Un gioco raffinato di stile quello dello
scrittore mineiro Pedro Maciel, dove la poesia
si intreccia alla prosa e alla speculazione filosofica
e dove l’io narrante si sdoppia in una molteplicità
di voci che, mentre alludono alla crisi di una visione
totalizzante e univoca, fanno anche da coro al racconto
della presa di coscienza dell’individuo della
sua natura umana, finita e limitata.
Il
narratore smette di essere Dio e si riconosce umano
e mortale; mettendo in discussione i dogmi della civiltà
cristiana e occidentale egli punzecchia la sensibilità
del lettore senza tuttavia pretendere di fornirgli delle
risposte. La complessa e frammentaria architettura verbale
e concettuale di «Como deixei de ser Deus»,
lungi dal voler assumere quell’autorevolezza caratteristica
del discorso teologico, filosofico o estetico, e modulata
invece dal ritmo pacato di una graduale presa di coscienza,
è tutta incentrata sull’intertestualità
e la polisemia e rompe arbitrariamente con il compromesso
formale del genere romanzesco confermando ancora una
volta lo stile originalissimo di questo scrittore e
giornalista di Belo Horizonte, autore già di
«A hora dos náufragos» (Bertrand
2006). (In Itália, Pedro Maciel ha partecipato
alla raccolta «Il Brasile per le strade»
con il testo Cimitero di uccelli, edita da Azimut
nel 2009).
Di
seguito una breve intervista rilasciata da Pedro Maciel
per i lettori di Musibrasil:
S.M.
Come è diventato uno scrittore, che tipo
di formazione ha avuto e quali sono le sue letture preferite?
P.M.
Mi sono laureato in Comunicazione Sociale ma
ho anche seguito corsi di Storia, Filosofia e Cinema.
Sono cresciuto in una famiglia di accaniti lettori.
Mi piace leggere poesia, narrativa, filosofia, storia
e libri di arte in generale. Ho esercitato la professione
di giornalista fino al 2003 e da allora mi sono interamente
dedicato alla letteratura. La letteratura è vaneggiamento,
con metodo. Il giornalismo è metodo, metodo,
metodo.
S.M.
Cosa ne pensa della letteratura brasiliana contemporanea,
ritiene che ci troviamo di fronte a una produzione originale
e significativa o che i nuovi autori stiano semplicemente
seguendo il cammino aperto dai grandi maestri del XX
secolo?
P.M.
L’epoca attuale è quella ideale, nonostante
tutto e tutti. Io amo leggere i classici ma leggo anche
i miei contemporanei. La produzione attuale è
sempre più evoluta di quella del passato. Solo
i nostalgici “ritengono” che “prima”
fosse meglio. Certe volte un libro non è compreso
dai suoi contemporanei perché questi sono rimasti
indietro, voglio dire cioè che sono “disconnessi”.
S.M.
Ritiene che ci sia oggi una predominanza della letteratura
urbana che tratta temi come violenza e discriminazioni
sociali, o che ancora esista da parte degli autori e
del pubblico un interesse per una letteratura più
intimista?
P.M.
La letteratura è sempre intimista, privata. Tolstoj
dice che colui che parla del proprio villaggio, parla
del mondo. Lo scrittore esprime sempre le angosce, le
allegrie e i conflitti del suo tempo. Sia la letteratura
urbana sia la regionale esprimono quello che avremmo
potuto essere e non siamo stati.
S.M.
Ci parli del suo stile e della sua idea di romanzo che,
come abbiamo visto, è molto originale e innovatrice,
e ci spieghi se nei suoi romanzi è possibile
rintracciare qualcosa del suo Brasile e del suo essere
un cittadino brasiliano.
P.M.
Parafrasando Terenzio, abito a Belo Horizonte
ma sono cittadino del mondo. La mia sintassi è
diversa. Sono sempre a caccia dell’originalità.
Qualcuno ha detto che per essere originali è
necessario volgersi verso le origini. «A hora
dos náufragos», pubblicato da Bertrand
Brasil nel 2006, e «Como deixei de ser Deus»,
lanciato nel 2009 dalla Topbooks, propongono uno schema
narrativo innovativo. Da più di un secolo ormai
quello che conta non è più cosa si narra
ma come si narra. Io appartengo al mio tempo. Io, il
tempo lo lascio al vento.
S.M.
Quale tipo di lettore lei ritiene che possa interessarsi
ai temi e allo stile dei suoi romanzi, ossia, quando
lei scrive, lo fa pensando a un target di pubblico in
particolare?
P.M.
La letteratura non esiste se non c’è
chi legge. Mi piacerebbe che i miei libri fossero letti
da chiunque. Per me il lettore è più importante
dell’autore.
Intervista
rilasciata il 14 gennaio 2010, traduzione di S. M.
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